La poesia di Alberto Molinari
La genesi La poesia di Alberto Molinari - mantovano ormai da anni a Torino, dove ha trascorso una lunga vita come dirigente industriale - nasce abbastanza occasionalmente: nell’autunno 2007 una improvvisa e difficile circostanza della vita lo induce a riprendere e a descrivere in versi le emozioni provate da bambino, da ragazzo, poi da giovane uomo, e legate indissolubilmente alla sua città, Mantova; a mano a mano la scrittura si amplierà a temi diversi, a diverse emozioni, ad altri e più vicini momenti.
La poesia di Molinari – un esordio tardo, forse il frutto di una lunga incubazione che finalmente ha trovato sbocco sulla pagina – rimane solidamente piantato nel solco della tradizione novecentesca mantovana, quella che riconosce i suoi prim’attori in Doride Bertoldi alias Anfibio Rana, in Ferruccio Ferretti, in Enzo Boccola, in Teresa Buelloni e nel decano dei poeti dialettali di oggi Alfredo Facchini.
La struttura ritmica Molinari si appoggia prevalentemente a modelli carichi di grande autorità: così oltre due terzi della raccolta si basano su strutture metriche regolari liriche, con grande utilizzazione della canzone-ode e del sonetto, quest’ultimo usato modulando una notevole varietà di schemi di rime e in certi giustificati casi riprendendo uno schema di efficace raffinatezza conclusiva quale il sonetto caudato. Molinari non manca, peraltro, di cimentarsi in forme discorsive classiche, quali la lassa, o difficili e di notevole effetto, ed è il caso del distico elegiaco, o di pregevole musicalità, quali la terza rima e la nona rima. L’altro terzo della raccolta è invece occupato dalle forme libere della canzone e dalla versificazione libera moderna.
Ricca e abile è la scelta metrica: endecasillabi, settenari ma anche quinari piani e tronchi, con fortunati tentativi di rendere la melodia di un tango di Piazzolla e quella di una canzone interpretata da Billie Holiday e Ella Fitzgerald, e persino qualche felice creazione a strofa libera di varia misura.
Ampia è infine la varietà degli approcci e delle soluzioni formali, sostenuta la vivacità della scrittura con l’abile impiego di figure (l’uso frequente dell’anafora, la presenza dell’epifora che sigilla la strofa con la sua energia iterativa, la grande ricchezza metaforica e le ingegnose similitudini).
La lingua usata e le traduzioni L’opzione dialettale di Molinari nasce da una nostalgia che reclama una esigenza profonda di verità e rende necessario dare ai suoi versi, che intraprendono un viaggio nelle stagioni della memoria (quando “dla memoria as dìsfa ’l gamisèl” è una sua efficace metafora), il restauro accurato, il suono, persino il sapore - se mai fosse possibile - della parola autentica, evocativa: la non barattabile voce di allora. Ma v’è, nella sua poesia, qualcosa di più della semplice se pur emozionante ed emozionata difesa del ricordo, alla quale soccorre in modo determinante l’uso del dialetto, ed è la difesa della lingua in sé, del proprio dialetto in quanto tale e della sua storia di evoluzione, dichiarata esplicitamente ed efficacemente nel Glossario delle parole e locuzioni desuete ricorrenti nelle poesie, che conclude le sue opere come disponibilità di uno strumento di lettura ma, anche, come chiara affermazione di principio.
Passano, infatti, gli anni, mutano le circostanze della vita, mutano gli attori e i riferimenti e muta, quindi, spesso anche la pregnanza delle parole o, ancor più, la corrispondente carica semantica; inevitabilmente si giunge, in molti casi, alla loro vera scomparsa come simboli linguistici. Ciò che non muta sono le emozioni, d’accordo, ma il modo di esprimerle subisce, in qualche misura, l’effetto del variare del tempo.
Molinari è consapevole di aver usato spesso parole ora non più consuete o, addirittura, oggi del tutto abbandonate nell'uso quotidiano, parole che, un tempo non molto lontano, erano certamente vive, vivissime nel rappresentare stati d’animo diffusi e frequenti; così come sa di aver a volte citato attori e luoghi un tempo notissimi e presenti come riferimenti collettivi e poi, ovviamente, andatisi perdendo; egli pure avverte di aver richiamato, di volta in volta, anche avvenimenti trascorsi con una carica spesso drammatica per l’intera piccola comunità, sui quali la polvere del tempo si è posata lasciando una patina che ne rende sempre più difficile la lettura. Le emozioni, è vero, non hanno tempo ma il trascorrere del tempo lo avverte o lo può subire il modo di esprimerle e, quindi, di comunicarle: pertanto chi, come lui, lo fa utilizzando le stesse, antiche parole che hanno accompagnato la nascita di quelle emozioni ha il dovere di richiamarne o, in alcuni casi, disvelarne il significato e, quindi, di renderlo palese e fruibile a beneficio di chi, pur appartenendo alla stessa comunità linguistica, potrebbe avrebbe difficoltà a riuscirvi da solo.
Queste sono le ragioni che hanno indotto Molinari a raccogliere quelle quasi dimenticate parole e locuzioni, usate nelle poesie, in un succinto ed essenziale lessico, del quale ha voluto fornire - a testimonianza dell’esattezza delle memorie personali - la citazione precisa di autorevoli fonti. A definitivo supporto - per chi non abbia sufficiente conoscenza del dialetto mantovano o abbia dimenticato il significato di alcuni suoi vocaboli - e, quindi, all’unico scopo di consentire la comprensione del testo originario, Molinari ha infine provveduto ad accompagnare il testo di ciascuna poesia, in calce, con la sua traduzione di servizio in lingua italiana.